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ITALIA-SVIZZERA: RESA DEI CONTI CON GLI “AMICI-NEMICI”

formazione italia

dida inizialeParto con un ricordo personale, l’amichevole all’Olimpico giocata qualche mese dopo il trionfo di Madrid del luglio dell’Ottantadue. Sto evidentemente parlando della Nazionale di Paolo Rossi, Dino Zoff, Brunetto Conti e compagnia cantante: i “mostri” azzurri guidati dalla pipa di Bearzot che eliminarono il Brasile-farfalla di Zico e stesero senza pietà in finale la Germania di Karl-Heinz Rummenigge. All’epoca, avevo rimediato un biglietto per la tribuna Monte Mario e, due file sopra di me, stava annidato un gruppo di svizzerotti armati di rumorosissimi campanacci: quelle robe enormi di metallo che disturbano le merende estive sulle malghe e Heidi che corre con le treccine bionde. Tra l’altro, la Heidi la odiavo perché mia sorella undicenne non faceva che mettere la canzoncina sul giradischi portatile di bakelite arancione. L’Aaaaidiii!, ripetuto con voce soave a tutte le ore del giorno, mi dava sui nervi al pari delle mucche.  Non voglio neanche stare lì a riguardare il filmato originale sul web: mi pare che gli svizzeri in maglia rossa segnarono all’inizio del secondo tempo e si misero sulla difensiva. I nostri, ancora mezzi ubriachi di gloria, sicuramente distratti dalle troppe feste, giocarono di cacca e rimediarono una figura barbina. Nessuno escluso. I rossocrociati vinsero uno a zero.

biglietto Italia Svizzera
biglietto Italia Svizzera

C’è un aneddoto, però. (Sono il fissato degli aneddoti: ho pubblicato un volumetto dii aneddoti olimpici e un altro sui Mondiali di calcio). Dovete sapere che, quella limpida sera di fine ottobre, la Nazionale scese in campo all’Olimpico old style con una maglia che recava un “doppio scudetto”. Era successo che il presidente federale, Antonio Matarrese (brava persona: conoscevo il nipote che frequentava la mia stessa scuola al Flaminio e veniva a giocare all’Aurelio lunghe partite a Risiko), aveva avuto l’idea di coniare uno scudetto tricolore che mostrava tre stelle invece di due. Questa storia della “stella” l’abbiamo inventata noi italiani, introducendola nel mondo del football tanti anni fa, per cui ci si teneva a esibirla a ogni occasione.

Se non che, oltre ad essere un popolo di “creativi” siamo anche un popolo di pasticcioni, tipi di pulcinelli e arlecchini: a scelta tra Adriatico e Tirrenio.  L’inedito scudo, di

Il poster del Mondiale 1954

fattura artigianale e quindi di stoffa e canutiglia, lo si applicò all’ultimo momento direttamente sopra l’altro stemma bi-stellato, senza perdere tempo a rimuovere il vecchio inquilino. Il risultato fu che, nel corso della partita, le maglie di alcuni giocatori persero gli scudetti posticci con le tre stelline, che finirono calpestati nell’erba: li raccolsero i giardinieri l’indomani.  Ricordo bene la frase di uno dei rubicondi vestiti di rosso appollaiati sopra di me, uno “zucchino” biondastro dagli occhi acuti e lo spirito mordace: Lueg Franz, sie haben den Weltmeister Scudetto verloren! Guarda Franz, se so’ persi lo scudetto de’ campioni der monno! E giù una grassa risata da “professor tetesco” alla Paolo Villaggio.

Francobollo emesso dalle poste elvetiche
Francobollo emesso dalle poste elvetiche

La seconda cosa che vi voglio dire su Italia-Svizzera è che loro di pezze gelate sullo stomaco in digestione ce ne hanno piazzate più di una, in cento e più anni di sfide calcistiche.  La più bruciante (che non sarebbe superata neanche da una eventuale débacle venerdì sera) fu ai Mondiali che gli svizzeri organizzarono a casa loro nel 1954. Mi pare che giusto in quell’edizione esordirono i coreani, che poi ci avrebbero bastonati nel ’66 e nel 2000, giusto per citare altre “bestie nere” ricorrenti (toccatevi pure i gioielli). Ma, a quei tempi, i coreani del sud e del nord perdevano tranquilli nove a zero. Noi si veniva dalla figuraccia dei Mondiali del 1950 in Brasile, eliminati al primo turno. In terra elvetica, a due passi da Milano, si pensava seriamente al riscatto; se non altro per far felici come pasque le decine di migliaia di emigranti meridionali che attendevano speranzosi lassù. Capitammo proprio nel gironcino dei padroni di casa. Loro avevano pensato bene di varare un pallone speciale, giallo a diciotto pannelli di cuoio invece di dodici e con impressa la scritta: “Swiss World Champion Foot-ball”.

La formazione Svizzera
La formazione Svizzera

Per ragioni complesse di regolamenti cervellotici che non sto qui a descrivere, di scontri ne dovemmo sostenere addirittura due con gli svizzeri. La prima volta, il 17 giugno a Losanna, perdemmo 2-1; la seconda, sei giorni dopo a Basilea, fummo travolti 4-1. La Svizzera del dopoguerra giocava una specie di “catenaccio” ante-litteram (perché quel modello di tattica l’hanno inventato loro, non noi, come comunemente si crede…) ed era molto difficile sorprenderla; a meno che i difensori non incappassero in errori tecnici marchiani.  La mancata vittoria a Losanna (nel clamore del St. Jacob di Basilea la partita non ebbe storia…) fu soprattutto causata da una svista dell’arbitro, che era un brasiliano di nome Vianna. Nel primo tempo, Benito Lorenzi, l’attaccante dell’Inter detto “Veleno”, realizzò un gol splendido che però venne invalidato. L’eventuale marcatura avrebbe cambiato a nostro favore il corso della partita, permettendoci di ripiegare senza azzardare assalti furiosi western al blindatissimo fortino nemico. Lorenzi così usava raccontare il fattaccio antipatico, nelle sue serate all’osteria da anziano, nel quartiere periferico di Vialba a Milano:

Sul mio gol, lo giuro, sulla linea di porta c’erano quattro svizzeri quattro. E Viana ebbe il coraggio di annullarlo per fuorigioco! Noi immediatamente lo accerchiammo, dicendogliene di tutti i colori, e quello allora si mise sulla difensiva adottando una guardia in stile pugilistico. Mai vista una roba simile! Come segnarono il gol della vittoria nel secondo tempo? Il loro attaccante più bravo, Hugi, commise un fallo in area e Viana fischiò. Il nostro portiere, Ghezzi, uscì dalla porta per impossessarsi della palla. Ma Hugi gliela fregò un attimo prima e, facendo finta di niente, calciò lui la punizione. Viana convalidò, col povero Giorgio a mezza strada e la porta rimasta vuota. Poi, ai nostri sputi e spintoni, pure qualche calcio negli stinchi, quel bischero non rispose, perché ci aveva la coscienza sporca…“.

Benito Lorenzi in azione
Benito Lorenzi in azione

Beh, che dire? Speriamo che l’arbitro designato per il redde rationem con gli svizzeri – mentre scriviamo queste note non conosciamo la sua identità – svolga meglio il compito rispetto all’ineffabile Mario Gonçalves Vianna, che di professione faceva l’agente della polizia speciale anti-sommossa. Il Var garantirà comunque da brutte sorprese.

E per finire, un altro aneddoto curioso, tanto per burlarci ancora un po’ di questi nostri “cugini” d’oltralpe che da mezzo millennio fabbricano orologi e montano la guardia ai palazzi del Vaticano. Si intitola “i coniugi arbitri”.  Forse farà parte integrante di un libricino di storie bizzarre sul calcio che, prima o poi, mi dovrò decidere a stampare:

Nel maggio del 1998 la finale di Coppa di Svizzera venne diretta da un arbitro, Andreas Schuchter, che ebbe come guardialinee sua moglie, Vroni Schuchter.  Nell’occasione di un fuorigioco controverso, Andreas si diresse verso la consorte che aveva vigorosamente sbandierato, parlottò un buon minuto, poi scosse la testa e fece riprendere il gioco con una punizione; la segnalinee ferma sul punto in un atteggiamento irremovibile. Non si seppe mai come interpretare l’accaduto.

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