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La statua del Volatista al Foro Italico

il gioco della Volata

Il gioco della Volata descritto da Marco Impiglia nella rubrica “SaBBato ar Colosseo”.

 

La statua allo Stadio dei Marmi del “volatista”, opera dello scultore Morescalchi, 1932

Pensate davvero che a Roma, dove non sono mai mancati i campioni nell’arte di far girar le sfere, non si sia inventato un gioco nuovo con la palla? Beh no, l’abbiamo inventato eccome!

Appena finito questo ennesimo lock-down, prendete la macchina e parcheggiatela allo Stadio dei Marmi. Fatevi una passeggiatina sui gradoni di marmo lungo l’emiciclo, sostando sotto ognuna delle statue di atleti nudi (o castamente fogliolati, per una “pruderie” di Giulio Andreotti) che dovevano rappresentare il richiamo al classicismo greco dello sport in regime fascista; quindi leggete attentamente le iscrizioni scolpite sui basamenti.

Sono tutte città. Quando arrivate a “Catanzaro”, fermatevi e rimirate l’Ercole sovradimensionato. Il tipo non ha tra le mani una clava, bensì una palla. E però non è un calciatore – come si è creduto per decenni in era democristiana – ma un “volatista”.

Vedete? In questa Roma immemore, che raccoglie in pochi chilometri quadrati millenni di storia e superbi prodigi, bastano un pugno di anni e ci si dimentica di un gioco che attirò (si fa per dire) migliaia di spettatori negli stadi.

Quel gioco si chiamava “volata”. Il sottoscritto è il massimo “volatista” vivente. Un giorno (è successo anche questo), un amico dirigente sportivo mi disse, serissimo: “Marco, perché non rimettiamo in auge questo sport simile al calcio e, col tuo aiuto, organizziamo un’esibizione tra due squadre appositamente istruite?” Fortunatamente, dal dire al fare ci si mise di mezzo il mare, altrimenti, immaginatevi voi…

Ma cos’era il “giuoco della volata”? Cominciamo col fare il nome e cognome di chi se lo inventò. Fu un gerarca, Augusto Turati, numero due del

Augusto Turati
Il bresciano Augusto Turati, l’inventore del gioco

Partito, capo del Coni e dell’Opera Nazionale Dopolavoro. Era bresciano, discreto schermidore, si inventò anche la corsa automobilistica “Mille Miglia”.

Quella mitica corrida di bolidi antelucani che da Brescia girava proprio a Roma e ritornava su: tutto in una tirata unica. Quando dici Mille Miglia, il pensiero va a Tazio Nuvolari e al suo nemico Varzi, o a qualche scena notturna felliniana di fari di luce sciabolanti nella notte. Se dici volata, ahimé, c’è il vuoto siderale.

Eppure, il fascismo ci si impegnò non poco per lanciarla nell’arengo degli sport nazionali. Al suo nascere, Turati la chiamò “Pallitalia”. Poi capì (era nordico, per cui ci arrivò un attimo dopo) che il nome ingenerava equivoci e dirottò su qualcosa di più neutro. Perché volata? Perché, dopo averlo veduto alla prova, si accorse della velocità delle azioni.

Regolamento della Volata
Il regolamento pubblicato dall’Opera Nazionale Dopolavoro

Al contrario del calcio e del rugby, il pallone poteva essere trasmesso sia con le mani che con i piedi, e perfino di spalla, di fianco, di gobba, di culo e di corna, se eri bravo abbastanza. Un gioco da funamboli, leggero e rapido, con la possibilità di contatti ridotta al minimo indispensabile. Tre secondi al massimo e dovevi liberarti della sfera di cuoio.

Otto giocatori contro otto, compreso un portiere. Il campo uguale a quello del football; ma quasi subito, con l’evoluzione della tattica, ristretto di un terzo, e più piccole pure le porte. Si disse che la volata era migliore del calcio perché nessuno si faceva male. E poi era uno sport più completo, faceva dei suoi cultori degli atleti perfetti, e non dei prestipedatori ipermuscolati solamente alle gambe.

Fondamentale era l’aspetto pratico. Giacché lo si proponeva ai dopolavoristi, era uno sport dilettantistico, più vicino agli ideali olimpici, al pensiero dello “sport salutista”.

Infine, era un gioco fascista, italiano, antico e moderno insieme, che si iniziava urlando entusiasticamente l’alalà al pubblico.

Le prime squadre a sperimentare furono romane: una di basket e l’altra di calcio. Si vide subito che i cestisti si dimostravano più efficaci. Passarsi il

Lo schema del gioco della Volata
Lo schema del gioco. Per gentile cortesia del Corriere dello Sport-Stadio

pallone con le mani, palleggiare un poco ed avanzare correndo con la palla tenuta stretta, consentiva di guadagnare terreno rispetto a chi si ostinava a calciare e a rincorrere il rotolamento per le terre.

In effetti, Turati aveva pensato, nel teorizzare il gioco che doveva scalzare lo stupido e violento football, all’hazena, la pallamano osservata in un suo viaggio a Praga.

Fu così che, il 6 gennaio del 1929 (un bel regalo della Befana), i quiriti assistettero, mezzi increduli, alla prima partita ufficiale del nuovo sport. Esibizione gratuita e programmata alle 16, allo Stadio del Partito a viale Tiziano, la domenica stessa di un Lazio-Genoa fissato alle 14.

Credo che abbiate già intuito come andò la cosa: stadio semivuoto e, al contrario, strapieno il Campo della Rondinella, che stava giusto lì accanto.

Propaganda di regime
Il Regime si impegnò con dei trucchetti: nella foto, gli spalti sono stati ritoccati, mentre nella realtà erano deserti!

Un nutrito gruppo di tifosi biancazzurri si recò alla “première” con largo anticipo, neanche fosse Italia-Inghilterra. Prese gioiosamente posto in uno dei

Pionieri volatisti del 1929
Pionieri volatisti del 1929

curvoni alti, che consentiva un’occhiatina non distratta al match degli aquilotti.  L’esibizione dei calciatori dopolavoristi, trasformati totanbot in “giuocatori di volata”, fu un clamoroso fallimento.

Molta confusione, poche idee, nessun senso artistico da matador-footballer e, soprattutto, tanto fango, un’infinita serie di mischie riprovevoli. Lo stesso principe ereditario, il lungo e femmineo Umberto assiso in tribuna d’onore accanto a Sua Eccellenza Turati, si mostrò imbarazzato dalla pochezza dello “sport fascistissimo”. I cinegiornali Luce immortalarono la scena.

Creato come un surrogato del calcio, la volata fece il suo corso. Migliaia di formazioni di calciatori dopolavoristi furono mutate in squadre di dopolavoristi volatisti. Si varò un Trofeo Turati, coppa challenge posta in palio tra le provincie. A marzo del 1929, all’Arena Napoleonica di Milano, venticinquemila persone (entrata anche stavolta gratuita, e poi i milanesi sono più allocchi dei romani) si diedero appuntamento, muniti di cappotti e ombrelli, per una sfida Milano-Roma.

Una partita del Trofeo Turati
Una partita del Trofeo Turati

Furono distribuiti regolamenti del gioco, così che ci si capisse qualcosa. In effetti, la volata si rivelò apparentata al calcio solo in un dettaglio: risvegliava il campanilismo. Ci si accorse presto che gli arbitri parevano “pilotati”. Si voleva, lassù in alto, che una compagine imperiale vincesse sempre il “Turati”. Ma il primo campionato regolare, disputato nel 1930, se lo aggiudicò la Richard Ginori Milano, che sconfisse in finale, in piena estate allo Stadio del Partito presente il duce, il Dopolavoro Comunale di Palermo.

La volata giocata nei villaggi di montagna
La volata giocata nei villaggi di montagna negli anni ’30

Il giornale Gente Nostra

Il campionato segnò l’apice del successo della volata e l’inizio del suo declino. Da ventimila “volatisti”, sparsi per la Penisola e le Isole, si scese in un quinquennio a cento formazioni appena. Nel 1931 non si riuscì a far partire la seconda edizione del campionato. La pallavolo sostituì la volata come principale sport di squadra dell’Ond. Tra l’altro, al volley, con la rete in mezzo, ci potevano giocare anche le donne operaie; e pure quello era uno sport igienico dove non ci si infortunava.

Nel 1934 gli azzurri trionfarono (con aiuto arbitrale, un giorno ve ne parlerò) nella Coppa Rimet. Benito Mussolini, vestito non si sa perché da contrammiraglio della Regia Marina, gongolò parecchio. Il ducione dimenticò le sue aspre critiche all’anglico football – quelle stesse che avevano innescato le manie suicide di Turati, nel frattempo confinato a meditare sui suoi errori nell’Isola di Rodi. Pollice verso e la volata sparì.

Si volatilizzò come d’incanto: nel 1935 ancora poche partite, lassù tra i monti a Torino – in una c’è una squadra Fiat che gioca –, e poi il silenzio assoluto. La volata venne dimenticata e, come tutti gli insuccessi del regime, cancellata dalla storia del Paese. Svelta a crescere e svelta a defungere.

Torino Fiat contro la SS Fulgor
Torino Fiat contro la SS Fulgor

Ed è questo il motivo per cui oggi confondete la statua del Foro Italico per quella di un calciatore o di un cestista; o magari per un giocatore dipallamano, mentre invece si tratta del nostro caro Volatista. Sono anni che, da tutto il mondo, storici dello sport mi chiedono qualcosa sul “volata game”. In un’occasione, un peruviano, con gran faccia tosta mi scrisse: “Mi dia i regolamenti, che faccio un ‘try’ qui sulle Ande. Non era un gioco che si poteva fare in montagna, in spazi piani ristretti?”

Una rarissima medaglia
Una rarissima medaglia. Collezione privata

Quei regolamenti ce li ho in originale ma, ça va s’en dire, all’amico peruviano non li ho mai spediti.

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