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Immagine di copertina: Benito Mussolini con i figli Bruno e Vittorio a un Lazio-Genoa 5 a 0, disputato alla Rondinella il 23 novembre 1930. Dal giornale “La Domenica Sportiva”.

Apprendo che tale Mauro Floriani Mussolini, figlio di Alessandra Mussolini e quindi pronipote del “duce”, da qualche tempo gioca, più o meno da titolare, nella primavera della Lazio. E che la notizia ha suscitato clamore mass-mediatico. Ma è senz’altro un misunderstanding: anni fa, conobbi una tal Eva Canti che, a dispetto del fatto d’essere una formidabile bionda, e nonostante qualcosa di diabolico che aveva nel nome, era una bravissima ragazza.

Tuttavia, questo del “Mussolini junior” è un venticello buono per strambare meglio di Luna Rossa. Mi ci appoggio e introduco un argomento che già mi è stato sottoposto da illustri professori: “Ma la SS Lazio ha una matrice fascista? Può essere presentata, dottor Impiglia, come una società politicamente orientata a destra?”

Boh! A giudicare da certe frasi, che ogni tanto mi capita di ascoltare da carissimi amici che frequento, sarei quasi quasi portato a dire di sì. Ma so bene che il discorso è relativo. Personalmente, sono del parere che bisogna rispettare le idee altrui, e giudicare le qualità umane piuttosto che il credo politico sbandierato. Io stesso sono un repubblicano mazziniano-gobettiano (quindi inesistente) e un “lazial-romanista” (inesistente anche questo), per cui non me la sento di limare le corna a nessuno. Quando quei “professori” di cui dicevo, nei giorni del supercovid, mi chiesero di dare un giudizio netto su un saggio di un ricercatore francese che, dopo un soggiorno romano di poche ore, s’era convinto che la SS Lazio, e più marcatamente la “Curva Nord” negli Anni di Piombo, fosse “un symbole de l’extreme-droite en Europe”, io bocciai senza esitazione lo studio. Che, infatti, non vide la luce sulla rivista di storia alla quale era stato proposto.

Il console della Milizia Giorgio Vaccaro, che fu vicepresidente della Lazio, segretario generale del CONI e presidente della FIGC.

Non so se lo sapete, ma da qualche tempo i giornali transalpini battono parecchio sul cliché della “Lazio di destra”. È un tema che vende bene. La meta che si indica è che La Lazio ha supporter di stile British ma “neofascisti”, e allora è bene tenerla a distanza. Lontana dai salotti buoni. Per dire, ci sono eccellenti club di football, in Europa, che con la Lazio non vogliono mischiarsi più di tanto: sfidarla su un campo nella “Champios”, placet, ma altre cosucce insieme not at all. No thanks, nein bitte. Prima cambiate!

Ricordo che, da piccolo, alle partite che andavo a vedere col babbo al Flaminio, magari sotto la neve contro il Foggia, di politica non se ne parlava proprio, prima durante e dopo il gioco. Poi, negli anni ’70, le cose sono cambiate. Ci fu chi pensò di recuperare una certa “fama”, un’antica idea, un “meme” sepolto nell’immaginario tifoso, che la SS Lazio ci avesse un pedigree di destra di quelli lunghi e di qualità. Pure gli atteggiamenti di alcuni giocatori protagonisti lo confermavano. Le “curve” all’Olimpico della Roma e della Lazio, nella loro esuberanza scenografica e giovanile, si schierarono: una sembrava parecchio “rossa”, l’altra si contrapponeva come inequivocabilmente “nera”. Ci sono stati episodi terribili di cronaca che purtroppo, in qualche misura, si sono incastrati nelle logiche suddette.

Ma, lasciando in un canto le emozioni, e mettendoci nell’attitudine tranquilla e seduta dello storiografo, cosa c’è di vero nel luogo comune che la Lazio abbia ereditato un’anima fascista? Voglio dire: le carte, gli studi, lo confermano? E non sto parlando delle stupidate che si leggono continuamente nei blog. Sto accennando alla ricerca seria, condotta con fatica e senza filtri tifosi o politici.

La tessera personale della principessa Mafalda di Savoia, martire a Buchenwald. Per gentile concessione della SS Lazio Generale.

Potrei qui iniziare una lezione di storia. Buttare giù pagine e pagine. Giacché moltissimo ci sarebbe da dire per spiegare i motivi che mi fanno credere che tutto quel che si è prodotto negli anni ’70 e ’80, e con una virulenza (termine appropriato) ancora maggiore negli ultimi tre decenni, sia stata un’azione di depistaggio furbissima, un deragliamento dalla verità. La “banda” ha assaltato il treno e l’ha fatto uscire dai binari mercé un’opera di persuasione ben mirata. Fruttuosa in quanto si è appoggiata a un’evidenza storica incontrovertibile: la “fascistizzazione” dell’Italia intera negli anni ’20 e ’30 del Novecento. Oggi poi, sul web, l’azione in modalità CIA è ancora più facile da attuare rispetto all’altro ieri. Si recuperano distintivi e marchi col fascio littorio, o aquile d’impronta nazi-fascista che volano su vessilli biancocelesti, e il gioco è fatto. La Lazio ha un’ascendenza “mussoliniana”. Nonno Benito tifava per la Lazio. Guarda, bello, ci aveva la tessera!

Eppure, come ho illustrato nel mio recente volume dedicato ai primi anni della Lazio, quelli vissuti sotto il nome di “Podistica”, le origini della più gloriosa polisportiva italiana ci raccontano una vicenda diversa. I valori sono quelli del patriottismo in una chiave non aggressiva. Lo stesso fondatore, Luigi Bigiarelli, al di là del mito che gli è stato costruito intorno, era un giovane uomo segnato dall’esperienza delle guerre coloniali combattute in Africa. Creando dal nulla una società di podisti a Roma, egli ricercava semplicemente una nuova fiducia e una nuova strada. E operò seguendo lo spirito di libertà (“siamo tutti uguali: nessuno farà il presidente fino a che ci sarò io”) che si discosta dalla preghiera del cameratismo militaresco che siamo abitati a sentir recitare dagli odierni laziali di destra. La Lazio nacque in piena era liberale, nel 1900. Negli anni ’10 e ’20 crebbe rispondendo ai principi massonici della laicità, del perfezionamento umano e dell’eguaglianza. Fu sulla scorta di questi valori che, per l’opera assistenziale svolta durante la Grande Guerra, la SPL fu eretta in Ente Morale nel 1921. E fu in virtù di questa sua forza giuridica, acquisita con la beneficenza e non con l’agonismo atletico, che, nel 1926 e 1927, il gerarca fascista Italo Foschi non poté coinvolgerla in alcun modo nel progetto di costituzione di una super- società sportiva in rappresentanza della Capitale; appunto la AS Roma.

Vaccaro assiste con i Mussolini al derby Roma-Lazio al Campo Testaccio, giocato il 7 dicembre 1930 e terminato 1 a 1. Quella stagione i giallorossi persero il campionato con la Juve proprio per colpa dei punti concessi nelle due stracittadine.

Alcuni dei documenti che qui espongo alla vostra attenzione – fotografie, carte d’archivio, oggetti che appartengono ad enti pubblici o a collezioni private – testimoniano dell’avvenuta “fascistizzazione” del sodalizio biancoceleste a partire dal biennio in cui si tentò di distruggerlo. Anni che corrispondono all’ingresso prepotente del regime fascista in tutti gli ambiti sportivi del Paese. Non fu solamente la SS Lazio ad inserire, in fretta e furia, il fascio littorio nello stemma: gli archivi statali sono strapieni di documenti che ci rivelano la corsa alla genuflessione da parte delle società dell’epoca. Benito Mussolini accettò nel 1928 la tessera di socio vitalizio offertagli dalla SS Lazio nel momento in cui gli uomini della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale si erano insediati saldamente ai vertici dirigenziali. Tra loro, emerge la figura di Giorgio Vaccaro. Personaggio assai stimato dal duce, e al quale si deve la conversione dei due maschietti più grandi – Bruno e Vittorio – da tifosi dell’Inter a tifosissimi della Lazio. Il generale Vaccaro, nella sua posizione di segretario del CONI e presidente della Federcalcio (condivise con il cittì Vittorio Pozzo la triade pazzesca: Coppe Rimet 1934 e 1938, alloro olimpico 1936), mise il suo zampino anche nel passaggio di Silvio Piola dalla Pro Vercelli alla Lazio; strappandolo proprio all’Ambrosiana-Inter, che voleva il promettente centrattacco a fianco del “balilla” Giuseppe Meazza. Vaccaro era egli stesso un sostenitore acceso, e sono noti gli episodi burrascosi che lo coinvolsero nei derby con i giallorossi al Campo Testaccio e allo Stadio del Partito Nazionale Fascista.

Il telegramma spedito dalla Lazio riunita in assemblea la sera del 23 luglio 1928, in ringraziamento al duce per avere accettato la tessera di socio vitalizio. Mussolini regalò anche mille lire.

Il duce, per conto suo, non amava per niente il calcio. Altri sport (l’equitazione, la scherma, la vela e il nuoto) e altri spettacoli (l’ippica, gli piaceva guardare i filmati della stella Sonja Henie che pattinava leggiadra sul ghiaccio) stavano nelle sue corde. Dei calciatori, diceva che erano degli “attori”, “reucci di cartapesta” che mimavano in continuazione d’essere stati colpiti e si gettavano a terra urlando come femmine. Andava volentieri a vedere gli “azzurri” (quando vincevano, e accadeva quasi sempre, gongolava come un pavone) e, qualche volta, la Roma e la Lazio. Ma di partite dei biancocelesti, alla “Rondinella” o al “Nazionale”, ne vide senz’altro molte di più la figlia Edda con i suoi giovani figli Bruno e Vittorio.

Una richiesta di Mussolini al segretario del Partito, Achille Starace, affinché si interessi a risolvere nel migliore dei modi una disputa tra un giocatore della Lazio e uno della Juventus.

Tuttavia, c’è un aneddoto poco conosciuto. Riguarda un brasiliano della Lazio, Enrique Serafini. Intorno alla metà degli anni ‘30, Vittorio e Bruno militavano nella squadretta del Liceo Tasso; per migliorare il loro “tasso” tecnico, decisero di prendere ripetizioni pomeridiane dai “divi” che ammiravano alla domenica. C’è una minuta foto, mezzo lacerata, del grassottello e biondastro Vittorio che palleggia allo Stadio Nazionale. Fatto sta che il liceale scarsetto con la pelota strinse amicizia con Serafini, ottenendo dal nonno di invitare il suo nuovo amico a pranzo a Villa Torlonia. E allora immaginatevi la scena, siamo nel luglio del 1935, durante le vacanze scolastiche-calcistiche. La cameriera che serve in tavola la scodella di minestra cucinata dalla nonna Rachele, e di cui Benito – un vegetariano spinto – è ghiottissimo. Serafini, un bel giovane compunto dai neri capelli imbrillantinati secondo il modo dei sudamericani, che cerca di fare del suo meglio ma inciampa nei verbi e nei pronomi. Fino a che il duce si spazientisce e lo rimprovera, davanti ai commensali: “Lei deve imparare meglio l’italiano, Serafini, bene almeno come gioca a pallone!”

Enrique Serafini, indicato dalla freccia, in allenamento nel 1934. Per gentile concessione di LazioWiki.

Ok, più che nel solco rigoroso della storiografia qui siamo entrati nel giardino dai frutti di pietre preziose della storia romanzata. Mussolini “laziale” è una cosa che non esiste. Scordatevelo. Sul Mussolini “romanista”, e sulla Roma “fascista”, diremo la prossima volta: ci sarà da ridere e da spalancare la bocca per la meraviglia.

Una rara istantanea di Vittorio Mussolini calciatore allo Stadio del Partito. Siamo nel febbraio del 1939.

Comunque, per concludere, vi assicuro che tutti i ricchi club che oggi dominano la scena della Serie A si asservirono, così come la Lazio e la Roma, al regime mussoliniano; chi più chi meno. In millanta si chinarono ad offrire al duce la tessera di socio onorario o vitalizio; anche il monarchico Juventus Football Club, come seppi un dì aprendo un documento originale scovato tra polverosi scaffali. Accade tardi, però, all’avvio della sciagurata guerra. Giusto nel momento in cui si pensava che, a fianco della Germania, avremmo costruito un Impero non di karkadè bensì esteso come quelli della Gran Bretagna e della Francia. Allora monsù Giovanni Francesco Luigi Edoardo Aniceto Lorenzo Agnelli – a cui Mussolini non stava affatto simpatico – ci pensò su e disse al presidente della società bianconera: “Ma sì, Emile, manda questa bella letterina al ‘capoccione’ giù a Roma, che non si sa mai. Ecco, un attimo, fammi firmare: et voilà!”

L’olimpionico Geminio Ognio, nuotatore e pallanuotista biancoceleste, vincitore nel 1940 della gara “Traversata di Roma”. Nel dopoguerra, Ognio fu anche consigliere e allenatore della SS Lazio Nuoto.

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