#Rubriche #La voce di Andrea Maccari

Pancia piena contro pancia vuota

L’accumulazione di ricchezza in poche mani non produce solo una profonda e drammatica diseguaglianza sociale, dividendo il mondo fra vite degne e vite da scarto. I ricchi fanno anche male al pianeta. Il Papa ai potenti del mondo: “ascoltate il grido dei poveri. Non c’è pace senza giustizia”. Il caso Quarticciolo.

Pancia piena non pensa a pancia vuota. Me lo ricorda di continuo anche mia moglie.  Ma ci sono tante esperienze di persone, associazioni, movimenti che invece ci pensano a coloro che stanno peggio di noi. Un esempio è venuto anche dall’ultima iniziativa giubilare, domenica scorsa durante proprio il Giubileo dei poveri. Il Papa ha esortato i potenti del mondo: “ascoltate il grido dei poveri. Non c’è pace senza giustizia”. La giornata ha visto anche un momento conviviale con 1.300 indigenti a pranzo con Leone XIV, che ha spronato i credenti a non rimanere indifferenti: «No all’intimismo religioso che porta al disimpegno verso gli altri».

È stato un grande abbraccio ai bisognosi e agli scartati. Gli ultimi che da emarginati e nascosti diventano i protagonisti nella domenica in cui si celebra la Giornata mondiale dei poveri istituita da papa Francesco nel 2017.

Perché la «Chiesa, ancora oggi, forse soprattutto in questo nostro tempo ancora ferito da vecchie e nuove povertà, vuole essere madre dei poveri, luogo di accoglienza e di giustizia», spiega il Pontefice nell’omelia citando il suo primo documento magisteriale, l’esortazione apostolica “Dilexi te” dedicata proprio all’amore per i poveri. Un testo che «papa Francesco stava preparando negli ultimi mesi di vita e che con grande gioia ho portato a termine.».

Il Pontefice si pone accanto ai dimenticati. E si fa interprete dei loro disagi lanciando dalla Basilica Vaticana e durante l’Angelus una serie di appelli. Il più accorato è ai «capi degli Stati e responsabili delle nazioni» perché ascoltino «il grido dei più poveri». Il suo pensiero va ai profughi di guerra e ai migranti. «Non ci potrà essere pace senza giustizia e i poveri ce lo ricordano in tanti modi, con il loro migrare come pure con il loro grido tante volte soffocato dal mito del benessere e del progresso che non tiene conto di tutti, e anzi dimentica molte creature lasciandole al loro destino».

Papa Leone XIV si rivolge a chi si dice credente. «La questione dei poveri riconduce all’essenziale della nostra fede, che per noi essi sono la stessa carne di Cristo e non solo una categoria sociologica», afferma Leone XIV. E avverte: «Non dobbiamo vivere una vita ripiegata su noi stessi e in un intimismo religioso che si traduce nel disimpegno nei confronti degli altri e della storia. Al contrario, cercare il Regno Dio implica il desiderio di trasformare la convivenza umana in uno spazio di fraternità e di dignità per tutti, nessuno escluso».

L’invito alla speranza che giunge da Leone XIV non sembra essere accolto in pieno dal resto del mondo cosiddetto occidentale, ricco, opulento, privilegiato, compreso il nostro Paese, sempre pronto ad ergere muri e a combattere i poveri invece che la povertà e il degrado sociale. L’accumulazione di ricchezza in poche mani non produce solo una profonda e drammatica diseguaglianza sociale, dividendo il mondo fra vite degne e vite da scarto. I ricchi fanno anche male al pianeta. A Roma ne è un esempio il Quarticciolo, in cui si sono accesi i riflettori da qualche tempo e si è propagata una grancassa securitaria che vede nell’invocazione della presenza delle forze dell’ordine quale unico rimedio posto in essere da una politica che da tempo ha abdicato ad ogni ruolo di immaginazione di una società diversa.

Se c’è invece un problema, al Quarticciolo come negli altri quartieri popolari romani, è che l’unico rimedio immaginato per combattere il degrado sociale è fare ricorso al codice penale, all’inasprimento delle norme, a sfrattare povera gente senza alternativa, all’abbassamento dell’età della punibilità, ai daspo urbani, a più forze dell’ordine e tanto altro ancora ipotizzabile, in una continua deriva autoritaria. Se ancora non è chiaro, la carcerazione di massa come strumento per combattere la criminalità non è la soluzione, ma è l’inizio del problema. Esiste una manodopera infinita a disposizione della malavita organizzata che è frutto della povertà, della distruzione delle politiche di accoglienza e integrazione, mentre ci sono dieci milioni di italiani sulla soglia della povertà. E la povertà e il disagio sociale sono gli elementi cardine alla base di questo sistema criminale che abusa della condizione di bisogno per costruire welfare, dare reddito e attribuire dignità nell’unico modo che la società moderna riconosce dignità, soldi, status, apparenza.

Sulla mancanza di politiche sociali di prevenzione, sull’incapacità di immaginare forme di accoglienza e integrazione per ragazzini immigrati lasciati per strada alla mercé della criminalità, sul continuo arretramento dello Stato, che non dà più la giusta importanza al ruolo di una scuola, di un servizio sociale, delle istituzioni di prossimità, di un ascensore in un palazzo di anziani, di un consultorio, di un medico di base, di un ufficio postale, un mercato, insomma, di tutti quei luoghi di aggregazione sociale, vitalità, che trasmettono senso di appartenenza e sicurezza in una comunità molto più di quanto possa farlo una retata eseguita ogni tre per due. Non esistono soluzioni facili né a breve termine, come la politica al tempo di tik tok immagina di poter dare, lo so. Credo, però, che quello straordinario laboratorio sociale che opera nel quartiere, laico e religioso, fatto di palestra, ambulatorio, parrocchia, scout, doposcuola, birrificio, stamperia, siano uno straordinario esempio da cui ripartire partendo da un presupposto: quando è impossibile diradare le tenebre, tenere vivo un bagliore diviene l’unica forma di resistenza all’oscurità dominante.

“E la strada questa notte è viva più che mai

anche senza indicazioni non ti perderai

sola accanto al fuoco resto fermo così

fino a quando cambieranno un po’ di cose qui.”