Gli inventori della globalizzazione ora la affossano perché ne hanno perso il controllo: seguirli sarebbe un suicidio? La ricetta per evitare continue crisi è nata più di venticinque anni fa.
Avevamo ragione, non c’è dubbio. Ormai la storia di questi ultimi ventiquattro anni lo ha sancito: le parole del movimento del Genova Social Forum del 2001 sono state profetiche e sono ancora attuali. Anche se dici Genova G8 e pensi alle cariche della polizia, a Carlo Giuliani, a una città devastata, alle torture nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, alla Costituzione e alle sue garanzie che sono state messe da parte per alcuni giorni. Ma le giornate di Genova del luglio 2001 furono anche molto altro. Segnarono l’irruzione sulla scena pubblica di un movimento che proponeva la prima, importante, organica critica alla globalizzazione neoliberista. Un movimento che introduceva una nuova “visione del mondo”, tuttora attuale nelle sue grandi linee, in un pianeta nel quale le disuguaglianze, le ingiustizie, le distruzioni degli ecosistemi sono addirittura cresciute negli ultimi anni.
Il G8 di Genova 2001 ha rappresentato un’occasione mancata, perché le molte buone ragioni del movimento furono non solo ignorate ma addirittura criminalizzate. Sono ragioni in larga parte ancora attuali: non è azzardato affermare che stiamo ancora pagando il prezzo dell’esclusione dal discorso pubblico di quel punto di vista sul mondo, con le sue analisi, la sua progettualità.
Il Forum, che adottò lo slogan “Un altro mondo è possibile”, si proponeva come un’alternativa al “pensiero unico” neoliberista. Il Genoa social forum raccoglieva più di mille organizzazioni nazionali e internazionali: una rete che includeva un arco di culture, esperienze e appartenenze di inconsueta varietà. Come si disse in quei giorni, si andava dalla spiritualità religiosa agli attivisti dei centri sociali, passando per una miriade di associazioni e organizzazioni unite dalla comune ricerca di un nuovo ordine globale: più equo, più democratico, meno distruttivo, capace di accantonare la nozione di sviluppo ereditata del ’900, rivelatasi alla lunga incompatibile con le esigenze vitali del pianeta e dei suoi abitanti.
Avevamo ragione. Tutti i temi trattati allora si sono rivelati premonitori di quanto avvenuto in seguito su finanza, economia, clima, migrazione, salute. Già era previsto lo scenario a cui si andava incontro: l’insostenibilità della globalizzazione neoliberista e i suoi pesantissimi impatti sociali, economici e ambientali. E ancora, si parlava della necessità di considerare l’accesso all’acqua potabile un diritto umano e di sottrarre le risorse idriche – in quanto bene comune – alle logiche del profitto e della speculazione. Anche oggi, e forse ancora con più forza, c’è bisogno di rivendicare il diritto alla mobilità e la tutela della dignità di ogni vita umana.
Le crisi che anno dopo anno si sono succedute a ritmi sempre più preoccupanti ci hanno dato ragione, fino alla pandemia che ha messo in luce tutti i limiti strutturali del sistema e i pericoli che esso porta con sé. Oggi, la necessità di un’alternativa di sistema è ancora più evidente. Un virus ha messo a nudo l’entità del disastro climatico, sociale, umano, di genere, ambientale, pandemico, sanitario. Proprio la pandemia del 2020 ha evidenziato i limiti di un sistema basato essenzialmente sul consumo. Come ci aveva già raccontato Zygmunt Bauman, nel suo saggio “L’etica in un mondo di consumatori” (Laterza, 2010). Bauman ritorna ampliandole a riflessioni che aveva già sviluppato in precedenti scritti, dal tema della “società liquida” a quello della deriva consumistica (“Consumo, dunque sono” è il titolo di un altro suo saggio): può stare in piedi una società caratterizzata dalla fretta, dall’eccesso, dallo spreco, tutti fattori che si coagulano in una “tirannia del momento”?
In un mondo siffatto, si inserisce il terremoto trumpista che, con atteggiamenti da Padrino internazionale, scuote le borse, la politica internazionale e crea una crisi mondiale con scenari futuri imponderabili.
Avevamo ragione. Questo non ci consola, visto che stiamo vivendo una stagione di potenziali grandi cambiamenti e altrettanto grandi possibili conflitti. Ma bisogna far tesoro delle tante parole di Genova 2001, ancora attuali, e dell’esperienza della dura repressione. Il messaggio è arrivato diretto: quando un movimento popolare guadagna consenso e mette davvero in discussione lo status quo, le democrazie sono pronte ad accantonare lo stato di diritto. Anche con la violenza impunita (anzi premiata, visti gli avanzamenti di carriera di alcuni dei protagonisti in divisa già condannati).
Ora basta un Trump qualsiasi che, dall’alto della sua posizione strategica e violenta, vuole smontare le regole della globalizzazione a suo favore per mettere in crisi un sistema che si basa, comunque, su parole d’ordine quali ripresa, crescita, sviluppo, profitto. Una guerra tra ricchi. Nessuno si è chiesto perché gli inventori della globalizzazione economica hanno deciso di affossarla. Semplicemente perché ne hanno perso il controllo. Trump ha detto alla Ue e al mondo: se falliamo vi trasciniamo dentro tutti, quindi trattiamo. Non è facile avere una relazione commerciale con una nazione che ti ricatta e ti minaccia. Ma questo sistema economico-finanziario-militarizzato sta pesando così tanto sul pianeta da mettere a rischio l’intero ecosistema. Una delle gravi conseguenze di questo sistema che soffoca il pianeta è il fenomeno delle migrazioni, frutto amaro di un sistema iniquo. Come il ricorso a un riarmo indiscriminato.
Avevamo ragione. Ventiquattro anni fa una straordinaria convergenza di idee, esperienze, culture e pratiche, in Italia e in tutto il mondo, alimentò una grande speranza di cambiamento globale. La pandemia, poi, ci ha dimostrato che da solo non si salva nessuno, ci ha detto quanto siamo interconnessi e quanto bisogno c’è di ricostruire uno spazio pubblico nazionale, europeo e globale di lotta, di pensiero, di alternativa. Ormai ci sono le prove che qualsiasi ricetta economica basata su una crescita continua porta alla distruzione del pianeta.
Come possiamo creare un mondo diverso mentre è in corso la tormenta? È su questa linea che si sono mossi due libri, uno uscito nel 2024 e uno che uscirà a settembre (di cui conosco già i contenuti). Il primo testo è “Il capitale nell’antropocene” di Saito Kohei, un libro che non è rivolto solo agli ecologisti o a chi si interessa dei problemi del capitalismo globale, ma è indispensabile per chiunque voglia sopravvivere, cioè tutti noi. Un modello fattibile per riorientare la società intorno al benessere collettivo anziché alla continua ricerca della ricchezza. Il secondo libro “Gridare, fare, pensare mondi nuovi” di Marco Calabria, edito da Elèuthera, uscirà, come detto, a settembre e raccoglierà alcuni scritti, a testimoniare quarant’anni di impegno nel mondo del giornalismo indipendente da parte dell’autore.
Il testo è prima di tutto un racconto che mostra come tanti e tante, ovunque e in modi diversi, non hanno mai smesso di cercare mondi altri.
E concludo con una frase di John Scales Avery : “Abbiamo anche bisogno di una nuova etica globale, in cui la lealtà verso la propria famiglia e la propria nazione sia integrata da una più alta lealtà verso l’umanità nel suo complesso. Sul nostro piccolo ma bellissimo pianeta – reso piccolo dalla tecnologia, reso bello dalla natura – c’è spazio per un solo gruppo: la famiglia dell’umanità”.
“Nel mondo oggi più di ieri domina l’ingiustizia, ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia…
L’ingiustizia non è il solo male che divora il mondo anche l’anima dell’uomo ha toccato spesso il fondo ma dobbiamo fare presto perché più che il tempo passa il nemico si fa d’ombra e s’ingarbuglia la matassa…
In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre, dove regna il capitale oggi più spietatamente riuscirà con questo brocco e questo inutile scudiero al potere dare scacco e salvare il mondo intero?
Mi vuoi dire caro Sancho che dovrei tirarmi indietro perché il male ed il potere hanno un aspetto così tetro? Dovrei anche rinunciare ad un po’ di dignità farmi umile e accettare che sia questa la realtà?
Il potere è l’immondizia della storia degli umani e anche se siamo soltanto due romantici rottami sputeremo il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte, siamo i grandi della Mancha, Sancho Panza e Don Chisciotte!”
