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Smart working: il buono, il brutto e il cattivo

Tavoli da cucina o da salotto che d’emblée si riconvertono in scrivanie, turni al fotofinish per call o baby sitting, connessioni internet da mambo: questa è per molti italiani la declinazione pratica dello smart working, il cosiddetto lavoro agile. Se si riflette sulla sua accezione pura come modalità di lavoro flessibile (dove e quando si vuole) e intelligente (attraverso nuovi strumenti tecnologici e con la possibilità di anticipare il problema) si trova qualche sovrapposizione con l’attuale modello di lavoro cui questa pandemia ha costretto milioni di persone. Tuttavia, in mancanza del diritto alla disconnessione e ad organizzazioni smart, prim’ancora che lavoratori, c’è uno strato ampio di popolazione che è da considerarsi al più in remote working (per questa trattazione i concetti saranno interscambiabili). Pertanto, la domanda che pervade l’attuale società è: lo smart working fa bene ai lavoratori e alle organizzazioni? Nonostante quest’ultime siano tra loro diverse e il settore pubblico non ha le stesse regole, formali e informali, del privato, qualche evidenza scientifica può aiutare a rispondere a tale domanda.

Il buono

Uno studio Koreano riguardante il settore pubblico e uno australiano con focus sul privato hanno evidenziato come i dipendenti – soprattutto giovani – fossero spinti ad adottare pratiche di remote working se accompagnate da una riduzione o annullamento del tempo di percorso casa-lavoro. Tuttavia, si evidenziava come il supporto istituzionale e tecnologico fosse imprescindibile per tale adozione. Con riferimento al Belgio, invece, un altro team di studiosi ha sottolineato come i benefici per il lavoratore siano anche legati a minori interferenze lavorative da parte dei colleghi e all’opportunità di una migliore allocazione del tempo. In tutti gli studi citati si ravvisa una percezione, da parte dei dipendenti, di maggiore produttività ed efficienza lavorativa.

Il brutto

Il già citato studio Koreano rivela dei lati negativi dello smart working: i lavoratori si sentono vittima di isolamento sociale, subiscono la mancanza di comunicazione e di leadership. A tal riguardo, la scelta dell’adozione dello smart working non dipende molte volte dal lavoratore, ma dal leader, il quale può essere miope rispetto alle esigenze lavorative (da remoto o no) dei collaboratori. Questo solitamente crea un clima di incomprensione che può portare, se non curato, a insoddisfazione lavorativa e successivo turnover. In breve, ritorna in auge il ‘detto antico’ della pratica aziendale: se abbandoni il tuo lavoro non stai lasciando la tua azienda, ti stai sbarazzando del tuo capo

Il cattivo

Una recente ricerca italiana, che ha collezionato dati durante la pandemia su 878 lavoratori, ha scoperto che all’invasione della tecnologia nelle proprie abitazioni – che porta a essere sempre connessi e raggiungibili – è corrisposta un’intrusione del lavoro nell’ambito familiare, creando conflitti tra queste due sfere. Inoltre, si è rilevata una percezione dell’intensificazione del lavoro a causa della convinzione che la maggiore flessibilità è da ricambiarsi con uno sforzo lavorativo extra, portando a un maggior carico di attività e a un’escalation dello stress da lavoro. Questi risultati confermano una lunga scia di altri studi in diversi contesti lavorativi e geografici (1234567), che portano a parlare sempre più, soprattutto durante questa pandemia, di technostress workaholism.

Organizzazioni smart per smart worker

Lo smart working non è la panacea di tutti i mali organizzativi. Prima di adottare pratiche di lavoro smart si ha bisogno di una regolamentazione smart e di organizzazioni smart. Il diritto e il mercato del lavoro, i processi e la cultura dell’organizzazione, gli strumenti a disposizione dei collaboratori e il disegno degli spazi lavorativi sono rivoluzioni da realizzare ben prima del mandare la comunicazione “da domani tutti a lavorare da casa”.  La pandemia ci ha costretto a partire dalla fine; e anche se è bene ‘perché almeno siamo partiti’, ora è necessario (già) ripensare lo smart working per renderlo davvero agile. 

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