Sorrideva sempre. A me succedeva di vederlo quando compariva all’improvviso su viale Pinturicchio, a metà strada fra l’Olimpico e il Palazzetto, dove capitava di incontrarsi prima o dopo le sue visite alla mamma che abitava lì. Faceva una smorfia simpatica che ti avvolgeva e poi, per fare il punto sulla malattia che lo aggrediva da non so quanti anni, sfoderava una faccia sorpresa: “Io mi sento bene”. Probabilmente era vero, ma c’era di più: il desiderio di andare oltre, di parlare d’altro, di continuare a scherzare fra un servizio e un’intervista, un dubbio o una notizia controversa, insomma il “pane” della vita di un giornalista. Con Alessandro Tiberti, scomparso all’età di 61 anni, c’eravamo incrociati all’inizio della nostra storia di giornalisti, fra una radio privata e l’altra, sotto l’insegna dell’Agenzia Area. Mi ricordo tanti pomeriggi al Palaeur, pomeriggi di basket, a rallegrarci di fare lo stesso mestiere, a parlare di Nando Gentile, di Drazen Petrovic e Dino Radja. Poi ognuno era andato per la sua strada, ma ci si ritrovava ogni tanto e ogni tanto tirava fuori sempre quel suo modo affettuoso, misurato, mai arrabbiato, lontana da quell’aria vittimistica che a volte assale chi fa una professione come la nostra. E il sorriso qualche volta poteva diventare una risata. Ricordo una sua intervista. Era il giorno in cui Alex Schwazer tornava alle gare dopo la prima squalifica, nel 2016, Coppa del mondo di marcia. Già allora ci si era da tempo abbondantemente divisi nell’ambiente fra chi vedeva il ritorno del marciatore come una storia di speranza anche per la scelta di un allenatore antidoping come Sandro Donati e chi invece proprio non voleva considerare l’idea di una seconda chance. Per Alessandro il dilemma non si poneva, lui fece le domande che sentiva necessarie, rappresentò tutti nel formularle, non risparmiò nulla e non esasperò nulla. Il pregiudizio non faceva proprio parte del suo modo di raccontare. Voleva capire, questo è sicuro. Alla sua famiglia, ai suoi figli Lavinia e Alessio, ai suoi compagni di viaggio di Rai Sport e a tutti gli altri che hanno avuto la fortuna di condividere piccole e grandi esperienze con lui un tenero e grande abbraccio.
