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Viva Anacleto! Segreti e storie della coppa delle Fiere del 1961

Sabbato ar colosseo di Marco ImpigliaMarco Impiglia ci racconta tutto della coppa delle fiere del 1961

 

Erano appena partiti gli anni ’60, quegli anni spensierati e generosi del boom economico, dell’Agip di Mattei, della corsa allo spazio tra russi e americani, di Mina, Celentano e Gianni Morandi (ma non è cambiato niente?), del primo governo di centrosinistra varato dal “piccoletto” della Democrazia Cristiana, Amintore Fanfani, e dei caroselli televisivi col pulcino Calimero. Era favolosa e inimitabile anche la Roma di Lojacono e Manfredini, di Angelillo e Schiaffino, di Orlando e Menichelli, del “ragno” Cudicini e del “puro” capitano Giacomo Losi.

La Roma del cha-cha-cha, come la cantavano quelli del Quartetto Cetra. La guidava con piglio da “general” Louis Carniglia, un argentino di bell’aspetto che aveva allenato Alfredo Di Stefano al Real Madrid, e di conseguenza pretendeva che tutti giostrassero in punta di bulloni. Se un attaccante non lo soddisfaceva per la tecnica impiegata nel controllo della palla, lo richiamava con il famoso epiteto di Cambronne tradotto in spagnolo: MIERDA!  

“Picchio” De Sisti, Schnellinger e il portiere Klemm
“Picchio” De Sisti, Schnellinger e il portiere Klemm nel quarto di finale Roma-Colonia dell’8 febbraio 1961

In quell’inizio d’autunno del 1961, la squadra non era partita in maniera eccezionale in campionato. I giallorossi avevano alternato buone prestazioni ad

Manfredini in gol in Roma-Hibernian 3-3
Manfredini in gol in Roma-Hibernian 3-3 del 24 aprile 1961.

altre deludenti, come la sconfitta 2 a 3 subita in casa dall’Inter del super contropiede (Mazzola, Corso, Jair, Suarez). Ma era evidente che la testa di tutti stava alla finale di ritorno con gli inglesi del Birmingham City, per l’aggiudicazione della Coppa Città delle Fiere.

Un torneo che aveva visto protagonista assoluto Pedro Manfredini, capace di far scivolare undici palloni nelle reti dei francesi del St. Gilloise, dei tedeschi del Colonia, degli scozzesi dell’Hibernian e degli azzurri del Birmingham nella semifinale di andata.

“Piedone” andava in gol come un fulmine, in linea verticale: uno spettacolo per i tifosi romanisti e una fitta al cuore per quelli avversari. A Birmingham, aveva fatto lui la doppietta del 2-2.

Eppure, nella partita all’Olimpico dell’11 ottobre, il mattatore non fu Pedro ma “Ramon”, il pazzo Lojacono, che giocò in maniera magistrale e aprì le danze provocando l’autogol del terzino Farmer. Era il decimo della ripresa: un colpo di tacco del numero dieci stordiva Friederick Brian Webb Farmer – ruvido anglosassone non abituato a quelle cose –- che intercettava quel tanto da spiazzare il portiere Schoffield. 

Il programma originale dell’andata di finale a Birmingham
Il programma originale dell’andata di finale a Birmingham, chiusa sul due pari

Fino a quel momento, gli ospiti avevano messo in mostra il loro football duro e spigoloso, incardinato sulla velocità delle ali e sulla potenza atletica. Dopo il gol, aumentarono addirittura gli interventi palla o piede, portandosi al limite della violenza pura.

Tanto che Carniglia, persa la pazienza, si avvicinò alla panchina a fianco della sua (all’epoca, le panchine erano semplici panche di traversine di

L’argentino Ramon Lojacono
L’argentino Ramon Lojacono, il migliore in campo della finale

legno, esposte alle intemperie) e apostrofò il collega Gilbert Harold Merrick: “O fai smettere i tuoi boys di picchiare, o ti prendo a pugni. Battiamoci noi due, e lasciamo i ragazzi giocare!”.

Merrick non accettò la sfida. Disse due o tre frasi col suo inglese enfatico da scozzese delle Highlands (un po’ come i sardi parlano l’italiano) e il match assunse toni più consoni ad una finale tra “professionals”. La Roma ne approfittò per segnare ancora con una stangata dalla distanza di Paolo Pestrin, mediano friulano che aveva una riserva infinita di fiato.

Poi, il prode Giacomino Losi si prese la lucente coppa dalle mani dell’allampanato Sir Stanley Rous – l’ex arbitro che nel 1946 aveva votato affinché l’Italia venisse sbattuta fuori dalla FIFA– e partì sorridente con i compagni per l’apoteosi del giro del campo.

Una vittoria sofferta, la conquista del primo trofeo internazionale di vero prestigio da parte della AS Roma. Qualcuno aveva anche tentato di boicottare l’impresa, spargendo una falsa voce nello spogliatoio dell’Olimpico nelle ore precedenti il fischio d’inizio: “Venduti Losi, Cudicini e Manfredini”. Forse un laziale invidioso. Chissà…

Capitan Losi riceve il trofeo dal presidente della UEFA
Capitan Losi riceve il trofeo dal presidente della UEFA, l’inglese Stanley Rous.

Il manager Vincenzo Biancone dovette telefonare al presidente Anacleto Gianni per avvertirlo dell’influenza negativa che la notizia aveva avuto sul morale dei giocatori.

Gianni si precipitò negli spogliatoi a pochi istanti dall’uscita sul terreno di gioco e disse alla squadra poche e pacate parole: “Non c’è nulla di vero.

Nessuno di voi andrà via al mercato di novembre. Avete la mia parola. Entrate tranquilli in campo e andate a vincere quella benedetta coppa!”. 

E vorrei finire con un aneddoto personale, che mi raccontò mio padre tanti anni fa: un giorno, per l’appunto, il babbo Leto, jesino come Roby Mancini, faceva il suo giro solito nella qualità di ispettore del consorzio agrario della provincia di Roma.

Incontrò, in una delle sue tenute lungo la via Tiburtina, il commendator Gianni, che aveva appena completato il passo di accettare la presidenza generale della AS Roma. (Ergo, si doveva stare ai primi di maggio del 1958).

Lo trovò che stava appoggiato, molto sconsolato, a un muretto di pietre a secco, con le mani tra i capelli e che scuoteva lentamente il voluminoso capoccione. Mio padre si avvicinò – lo conosceva ormai abbastanza bene, lo speculatore edilizio nato ad Amatrice – e gli chiese gentilmente la motivazione di quel particolare stato d’animo.

Il titolo del Corriere dello Sport
Il titolo del Corriere dello Sport

Gianni gli rispose che la “Roma” lo angustiava. Era da poco “presidente” e già non ci dormiva più la notte, perché temeva che non sarebbe riuscito a soddisfare la tifoseria: quel sogno pazzesco di voler strappare lo scudetto all’Inter, al Milan e alla Juve.

Non ricordo altro riguardo a questa strana storia. Di sicuro, il Campionato la Roma di Gianni, infarcita di giocolieri sudamericani, non lo vinse. Epperò, la Inter-Cities Fairs Cup entrò nella bacheca giallorossa.

Una vignetta del marzo 1962 del giornale Il Tifone
Una vignetta del marzo 1962 del giornale Il Tifone che esprime la sofferenza di Anacleto Gianni: avere una squadra fortissima ma non vincere lo scudetto.

Evviva Anacleto!

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