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Lecce-Lazio 2-1: Umtiti è un muro! Colombo vola, romani k.o.

Foto U.S. Lecce

I padroni di casa rimontano gli uomini di Sarri, dopo lo svantaggio iniziale siglato Immobile. Il tecnico: “Questa squadra si spegne”.

 

Samuel Umtiti, nell’estate del 2016, passava dal Lione al Barcellona per circa 25 milioni. Il francese era senza dubbio uno dei migliori difensori d’Europa. Lo sarebbe stato a lungo, questo vecchio ragazzo di 29 anni, se solo il fisico lo avesse sorretto in Catalogna. E invece no. Tanti infortuni. Tanti problemi. Partite a mozzichi e bocconi. Giunto a Lecce per dimenticare il male vissuto, Umtiti non è certo diventato di ferro. Però ha riscoperto la gioia di giocare a calcio. E’ stato uno spettacolo vedere questo campione del mondo (nel 2018 con la Francia) concedere pochissimo a Ciro Immobile. Annullare di fatto Sergej Milinkovic-Savic. Una gara difensiva eccezionale. Uomo su uomo. E di grande acume tattico. Umtiti è uno dei segreti del buon Lecce di Baroni, che dopo aver incornato la Lazio, si avvia verso il giro di boa del torneo con un ottimo margine di sicurezza sulla zona retrocessione. I sarristi avevano finito male il 2022: 0-3 a Torino contro la Juventus. Ricominciano peggio. Il Milan sta scappando. La Roma incalza. Il sogno di giocare la Champions League all’improvviso sembra essere effettivamente tale. Sarri ha detto che Luis Alberto, rimasto addolorato e dolorante a Roma, vuole andare via. Di non essere lui a non volerlo, piuttosto il contrario. Sarà. Ma nelle geometrie ossessive del tecnico toscano non c’è spazio per un talento anarchico come lo spagnolo. Che non si sente valorizzato a pieno dal proprio allenatore. E per questo a maggior ragione desidera cambiare aria. Per la Lazio, rinunciare a un grande numero 10 in nome di una metafisica idea di gioco è uno spreco che fa male.

La squadra pugliese, dopo tante gare di buon livello giocate contro le grandi del campionato, bissa il successo contro l’Atalanta sconfiggendo anche i romani. Al contrario di tanti suoi colleghi, Baroni vive in pace e non ha ossessioni giuochiste per la testa. Fa le cose semplici. Come si conviene ad una squadra povera di qualità e che deve fare dell’ardore fisico la chiave dei suoi insperati successi. L’idea di calcio proposta da “Baro” funziona. Il Lecce è tra le ultime in Serie A per possesso palla. Eccelle invece nel numero di contrasti. Nei falli. Nel pressing. Non si può scherzare, con il Lecce. Se la qualità tecnica avversaria cala, ecco che i pugliesi si prendono tutto quello che possono. Con avidità e anche grazie alle qualità di alcuni singoli. Oltre a Umtiti – lui è di un’altra categoria – sembra giusto menzionare il colosso danese Hljumand, il trottolino tracagnotto Strefezza (capocannoniere dei giallorossi con 5 reti). E Federico Di Francesco. Subentrato all’inizio del secondo tempo, il figlio di babbo Eusebio ha spaccato in due la gara. Prima scoccando il primo tiro in porta della gara dei suoi, al 46′ della ripresa, buono per suonare la carica. Poi entrando in entrambe le azioni dei gol. Al 56′ impegna Provedel con un sinistro insidioso sul primo palo, consentendo a Strefezza di ribadire in rete a porta sguarnita. Poi, su lancio millimetrico di Hljumand, al ’70 DiFra s’inventa un assist pregiato per la recluta Colombo. Occhio al diavoletto di proprietà del Milan, in rampa di lancio con tre gol nelle ultime quattro gare. Il giovane sa fare bene soprattutto una cosa, che basta e avanza, per il ruolo che fa: segnare. Un vero nueve senza tanti giri di parole. Raddoppio, dunque, e partita chiusa con venti minuti di anticipo. Perché la Lazio, che aveva cominciato bene con 45′ di controllo e dominio territoriale, ha peccato di sicumera credendo il Lecce non potesse impensierirla. Inconsciamente, nel profondo della psiche dei laziali, questo è avvenuto. Ponendo le basi per il patatrac del secondo tempo.

Dopo oltre tre mesi d’astinenza, causa infortuni multipli e Mondiale, Ciro Immobile aveva cominciato l’anno come piace a lui: segnando. E alla sua maniera. Con un taglio profondissimo ad attaccare la profondità sul filo del fuorigioco, grazie ad una bella palla di Casale. Destro a incrociare al 14′ dopo aver contato i passi in area di rigore: Falcone può solo guardare. Sarri se l’era cavata senza lo scugnizzo di Torre Annunziata tra ottobre e dicembre, dopo l’infortunio del suo capitano. Ma Re Ciro è troppo importante per i biancocelesti. Il settimo gol di Immobile fa ripartire la rincorsa a Osimhen (9) e alla sempiterna leggenda Nordhal, unico giocatore ad aver vinto cinque classifiche cannonieri. Occhio a questo dato: la Lazio sarriana (sorpresa!) annaspa nei bassifondi della Serie A per tiri effettuati. Capitalizza tanto, creando relativamente poco. La media realizzativa di Immobile ha un peso determinante per le speranze d’alta classifica dei suoi.

Il pomeriggio di Lecce non fa che confermare come le fortune offensive della Lazio, malgrado le apparenze, si reggano su di un equilibrio sottile. Un po’ per narcisismo, un po’ per mancanza della giusta mentalità, la Lazio non di rado finisce per specchiarsi. Riscoprendosi stitica. I sarristi in genere tengono pallone e controllo della gara – è il caso anche della sfida contro i pugliesi – grazie alla qualità dei loro giocatori offensivi. Spesso uccidono la partita con la giocata di un tenore. Oppure sigillando la difesa. Che tuttavia ora scricchiola di nuovo, come si pensava non facesse più rispetto al passato campionato: sono cinque le reti subite nelle ultime due gare, a fronte delle appena sette pigliate nelle prime quattordici. Se non affonda il colpo – se Milinkovic è sconnesso e le ali biancocelesti svolazzano abuliche –  la Lazio rischia di non portarla a casa, la partita. Ed è quello che accaduto al Via del Mare. Prima dando il là alla rimonta del Lecce e poi scoprendosi incapace di resistere anche al generoso forcing finale del Lecce. Con un Luis Alberto in più probabilmente non sarebbe cambiato nulla, perché per metà partita l’encefalogramma della Lazio è stato piatto. Però magari il pallone nei momenti di difficoltà sarebbe stato gestito in modo migliore. Mentre i suoi sostituti, specie Basic, di palloni ne hanno persi tanti. Con questi, la sicurezza. E alla fine la partita. 

 

Le parole di Sarri nel dopo gara.

 

“Che dire dopo un risultato così? Se perdiamo una partita come questa, dopo 30-35 minuti di assoluto dominio, vuol dire che forse valiamo meno di quello che pensiamo. Già nel primo tempo mi sono reso conto che qualcosa, nell’economia della gara, stava cambiando. Troppi palloni persi in uscita. Troppe situazioni sporche. I gol al Lecce – sottolinea Sarri nelle interviste al termine della gara – glieli abbiamo regalati noi. Poi è normale perdere le partite. Milinkovic-Savic? Non volevo sostituirlo. Abbiamo fatto confusione anche noi, come la squadra in campo. Doveva uscire Basic. Non mi va di aggrapparmi all’alibi delle condizioni fisiche. Dovevamo e potevamo fare di più e meglio. Purtroppo, questa squadra ogni tanto si spegne. Ha dei cali. E’ un problema di mentalità che abbiamo e che non riusciamo a risolvere”  ha concluso il tecnico.

 

TABELLINO:

 

LECCE-LAZIO 2-1

LECCE (4-3-3): Falcone; Gendrey, Baschirotto, Umtiti, Gallo; Gonzalez (44’ st Maleh), Hjulmand, Blin (44’ st Askildse); Strefezza (28’ st Oudin), Colombo (39’ st Ceesay), Banda (1’ st Di Francesco).
In panchina: Bleve, Brancolini, Pongracic, Tuia, Voelkerling, Lemmens, Pezzella, Rodiguez.
Allenatore: Baroni.

LAZIO (4-3-3): Provedel; Lazzari, Casale, Romagnoli, Marusic; Milinkovic (17’ st Vecino), Cataldi (34’ st Marcos Antonio), Basic (40’ st Romero); Pedro (17’ st Felipe Anderson), Immobile, Zaccagni (34’ st Cancellieri).
In panchina: Maximiano, Adamonis, Patric, Hysaj, Radu, Floriani M., Bertini.
Allenatore: Sarri.

ARBITRO: Marinelli di Tivoli.

RETI: 14’ pt Immobile, 12 st Strefezza, 26’ st Colombo.

 

 

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