Sabbato ar colosseo di Marco Impiglia

Un vecchio quotidiano, LazioWiki e l’inedito dialogo tra il sovrano e il grande presidente biancoceleste. Marco Impiglia racconta…

 

L’amico e consocio Fabio Bellisario di LazioWiki mi sottopone un suo ritrovamento di attento lettore di vecchi (molto vecchi) giornali e mi fa: “Perché non ne fai un articolo?”. L’oggetto in questione è uno scambio di battute tra il “re sciaboletta” e Fortunato Ballerini. Per chi non lo sapesse (la mia nonna viterbese Isolina lo sapeva, ma lei era del 1905…), sto parlando di re Vittorio Emanuele III di Savoia, succeduto al trono nel 1900 dopo l’assassinio del padre Umberto.  A Roma lo chiamavano “sciaboletta” perché era alto un metro e cinquantatré e, per di più, s’era scelta una “regina”, la Elena del Montenegro, che lo sovrastava di tutta la testa.

Il re VEIII e la regina Elena di Montenegro il giorno del loro matrimonio. La sposa era alta un metro e ottanta centimetri.

Re VEIII aveva ricevuto un’educazione severa, con una tutrice irlandese sempre al fianco fino a 14 anni, ed era schivo, amante della numismatica e della disciplina militaresca, con una prodigiosa memoria per i nomi delle persone e la sua genealogia regale, ma quando parlava con le donne queste lo trovavano noioso, quasi sprezzante, e in effetti non ci sapeva fare. Era un bel viaggiatore, però, fin da piccolo, e una volta incoronato sovrano dimorò al Quirinale, pure se preferiva di gran lunga tornare di tanto in tanto alla sua reggia torinese. Tra l’altro, la sua prima lingua era il francese, come per tutti i Savoia. Avete inquadrato il personaggio? Re VEIII è stato anche colui che, per paura dei ferrovieri rivoltosi di fede marxista che fermavano i treni sotto la neve, ci ha consegnato a Mussolini e poi a Hitler, fuggendo a precipizio lungo la via Tiburtina dopo aver mercanteggiato a peso d’oro il lasciapassare con i predoni nazisti. Una delle ragioni per cui sono un fervente repubblicano.

Siccome sono pure un po’ pedante, per colorare meglio il medaglione scivolo giù dagli scaffali alti della libreria un tomo del 1934, tra i più preziosi e che raccoglie ulteriori storielle sul nostro. Si tratta della Enciclopedia degli aneddoti a cura del Palazzi. Dal numero 6990 al numero 7007 sono tutti dedicati a lui, la maggior parte riguardanti l’adolescenza e la Grande Guerra. Ne pizzico uno: Vittorio Emanuele ebbe da ragazzo anche una maestra di musica, ma questa era forse la sola materia di studio che il principe non poteva soffrire; e un giorno disse alla maestra: «Non le pare che venti trombe facciano più effetto del suo pianoforte?». Questo, dunque, era il re sciaboletta: un uomo né troppo intelligente né troppo stupido, né saggio né stolto, ma sicuramente complessato. E a capo del regno d’Italia per quasi mezzo secolo.

L’articolo della GdS col report dell’udienza del re a Ballerini, nel suo ruolo di segretario generale della FGI. Archivio LazioWiki.

Il re, come i suoi predecessori, teneva udienze quando voleva informarsi su qualcosa. Nella sostanza, chiamava al Quirinale il suddito e lo interrogava. Dovete sapere che per le udienze del sovrano esisteva un protocollo. Una serie di norme scritte, delle quali l’ospite veniva edotto. Ed anche delle regole non scritte, che prevedevano domande stringate e risposte altrettanto, con la possibilità di un minimo di salacità ma sempre esibita col rispetto dovuto a un regnante. In seguito, i cronisti avrebbero riportato il dialogo, qualora ne fosse valsa la pena, emendato da ogni impurità, quindi perfetto per andare in “letteratura”. Ed ecco il “dialogo perfetto” tra VEIII e Ballerini, così come venne pubblicato sulla Gazzetta dello Sport il 5 aprile del 1903. Un dialogo dal quale emerge un concetto militare ed elitario del fenomeno “sport” da parte del sovrano, mentre il suo interlocutore appartiene a quella schiera di “ginnasiarchi” che credevano in un’attività fisica educativa e salutare per tutti, incluse le classi meno abbienti. Sono passati cento e venti anni. Immaginate un dialogo simile tra Mattarella e Malagò…

Immagine del ritrovamento della tomba Ballerini al Verano. Foto dell’Autore.

Ok, vi ho detto del re. Ora vi dico più estesamente di Ballerini, del quale pochissimo si ricorda. Un personaggio che ha giocato un ruolo importante nella storia e nell’immaginario sportivo del nostro Paese; certamente, agli occhi di uno storiografo, più importante di Malagò, e del quale fino a due anni or sono non si conosceva neppure il luogo di sepoltura. In tutta modestia, posso vantarmi di essere stato uno dei tre “scopritori”, assieme a Fabio Bellisario e alla presidente di LW Barbara Dorelli, quando nella primavera del 2021 rinvenimmo la tomba, sfidando addirittura le leggi Covid, in un’area storica del Verano, ridotta la lapide letteralmente a pezzi e prossima allo sbriciolamento. La Polisportiva, tre mesi dopo, la restaurò e la ripresentò alla koiné laziale. Già, perché il cavalier Ballerini è stato l’uomo che ha salvato la Podistica Lazio dalla dissoluzione, trasformandola radicalmente nella sua struttura organica e ampliandone l’attività atletica e sociale, con originali risvolti culturali, fino a farla erigere in Ente Morale nel 1921, quando oramai contava quattromila soci egualmente ripartiti tra maschi e femmine.

Un ritratto di Fortunato Ballerini. Archivio LazioWiki.

Alla “Lazio”, Ballerini, fiorentino classe 1852 emigrato a Roma per lavorare come alto funzionario in un ministero, ha dato la prima bandiera a strisce biancocelesti, nel 1904, e il simbolo dell’aquila nel 1905. Ed ecco perché affermo che Ballerini ha più peso nell’immaginario rispetto a Malagò, ma non solo: Ballerini è stato colui che, con tutte le sue energie – che erano quasi inesauribili, a cinquant’anni suonati scalava le montagne come uno scoiattolo e avrebbe potuto fare il triathlon – tentò tra il 1903 e il 1906 di portare la IV Olimpiade nella Città Eterna. Così come è capitato a Malagò, Ballerini fallì per l’ostacolo frapposto dai politicanti, che non ritennero Roma all’altezza del compito.  Oggi celebriamo Londra 1908 come l’edizione che ha consegnato al movimento olimpico i suoi principali motivi e miti – il podio con le medaglie d’oro, d’argento e di bronzo, la cerimonia di apertura con la sfilata degli atleti dietro le bandiere, il motto “non è importante vincere ma partecipare”, la maratona di Dorando Pietri eccetera – ma tutto questo sarebbe avvenuto a Roma, se a Ballerini non avessero fatto la guerra i politici e i suoi colleghi invidiosi. In primis, gli stessi consoci della Federazione Ginnastica, dalla quale infatti si dimise da segretario nove mesi dopo il colloquio col re.

… e un altro del 1894, dove espone le sue teorie riguardo all’impostazione da dare all’educazione fisica in Italia. Foto dell’Autore.
Due suoi libelli: quello del 1903 per le Olimpiadi del 1908…

Purtroppo, il report della Gazzetta non ci dà conto delle battute intercorse tra sciaboletta, misero cachinno umano (lui stesso si definiva “un nano”), e il superman Ballerini, tipo di toscano che sarebbe morto quasi novantenne per avere osato un bagno in mare in pieno inverno a Ostia; un vegetariano e “crudista” ante litteram, tra l’altro. C’è l’accenno a Eugenio Brunetta d’Usseaux, il conte vercellese iscritto tra i ventisei membri del Comité international olympique, il CIO, nonché diretto superiore di Ballerini nell’organizzazione della IV Olimpiade. Tutto, ovviamente, si rapportava alla figura del conte francese Pierre Fredy de Coubertin, che assolutamente voleva risollevare le sorti del movimento facendolo planare nella città che meglio rispecchiava, dopo Atene, i valori classici della sua pedagogia: il mens sana in corpore sano, per intenderci. E soprattutto la kalokagathia, che non è una parola scurrile bensì il concetto di bontà (della mente e dello spirito) unito alla bellezza (del corpo). La perfezione fisica e morale dell’Uomo.

Un disegno di Fortunato e Ciro Ballerini alla testa della “Audacissima 1902”. Dal giornale L’Italia Sportiva del 20 gennaio 1914.

Possiamo, tuttavia, spiegare in qualche misura le varie battute inerenti l’Audax podistico. L’API era un organismo nato nel 1899 a Milano e trasferito a Roma nel 1900 con Luigi Bigiarelli come Direttore Generale e che nel suo statuto-regolamento recitava: «Come il Tiro a Segno dà alla Patria sicuri tiratori, come il Club Alpino li tempera alle insidie ed ai pericoli della montagna, così l’Audax Podistico Italiano dà alla Patria dei giovani capaci di sostenere con i propri mezzi le fatiche delle lunghe marcie». Nell’occasione citata da Ballerini al re, una prova Audax svolta il 20 ottobre 1902 con un percorso ad anello da Roma ai Castelli Romani che in realtà fu di 108 km complessivi, egli stupì per la sua resistenza, pari a quella di uomini poco più che ventenni, tra cui il campione italiano Romano Zangrilli che dodici anni dopo avrebbe raccontato l’incredibile episodio su un giornale. Ma il nostro aveva un background di ore e ore di giri di pista svolti la mattina presto già ai tempi della Ginnastica Roma. Società di pretto stampo massonico nella quale aveva ricoperto le cariche di consigliere e segretario, aiutandola a creare una sua “polisportività” (per dirla con un termine coniato da Renzo Nostini il giorno del suo discorso del Centenario) e financo la prima squadra capitolina di football, composta nel 1897 da studenti del Liceo Visconti e da lui subito affiliata alla FGI.

La fotografia, di enorme interesse, rappresenta la partenza della “Audacissima 1902”. Sono riconoscibili Fortunato Ballerini, vestito di tutto punto, con basco e pochette bianca, il nipote Ciro accanto a lui e subito dopo, molto alto, Tito Masini che ebbe il merito di convincere Fortunato ad accettare la presidenza della Lazio nel 1904. Archivio LazioWiki.
Immagine del ritrovamento della tomba Ballerini al Verano. Foto dell’Autore.

La marcia per il brevetto Audax del 1902 è centrale nella storia della Lazio in quanto, finita la prova, il cavaliere non aderì all’invito, rivoltogli dal segretario della Podistica Lazio, Tito Masini, a ricoprire seduta stante la carica di presidente della SPL, che all’epoca contava una trentina di soci. Ma infine, l’8 agosto del 1904, ne assunse la presidenza, dopo aver pilotato il rinsanguamento delle file in virtù dell’assorbimento di un’altra piccola e valente società del quartiere Prati: l’Esperia. L’Audacissima del 1902 ha dell’aneddotico, ma riscontri documentari ne hanno assodato la veridicità. Ballerini senior fece l’impresa accompagnato dal nipote Ciro. Vestito di tutto punto, borraccia a tracolla e ombrello al braccio (“proseguimmo in trenta sino a Roma sotto una buona pioggia, Maestà…”). Ora, questo ulteriore ritrovamento laziowikista arrotonda – regalmente direi – la figura del più grande presidente che la S.S. Lazio abbia mai avuto, all’opera del quale tutto deve.