Sabbato ar colosseo di Marco Impiglia

I nostri padri ci insegnano come vivere la passione sportiva. Laziali e Romanisti! Voleteve bene Lo spunto originale di Marco Impiglia.

 

Il quasi novantenne Renzo Nostini taglia nel 2003 la torta del compleanno societario al cospetto del sindaco Walter Veltroni.

Da qualche tempo a questa parte sto lavorando, col mio solito entusiasmo, alla biografia di Renzo Nostini. Uscirà nel maggio del prossimo anno, in concomitanza con i 110 anni dalla nascita dell’atleta e dirigente. Per chi non lo sapesse, Nostini, romano dei Prati, ha partecipato come schermidore a tre Olimpiadi, vinto titoli mondiali, ricoperto per trentacinque anni la carica di presidente della Federscherma, quella di presidente della Lazio Nuoto per mezzo secolo, e l’altra di presidente della Polisportiva negli anni settanta, ottanta e novanta, fino alla sua scomparsa occorsa nel 2005.

Dall’archivio Nostini, lo stemma della SS Lazio negli anni settanta, con le righe bianche e azzurre.

Tra l’altro, fu proprio lui a volere che nell’articolo primo dello statuto della SS Lazio la definizione ufficiale degli smalti societari passasse da “bianco-azzurri” a “bianco-celesti”. Questo in onore della bandiera della Grecia, patria delle Olimpiadi antiche e moderne. Ed anche il recupero della figura araldica della Polisportiva, ossia l’aquila alpina simbolo originario, è un prodotto del suo mandato presidenziale. Scaturisce da una precisa, e assai alta, visione della koiné laziale, della quale l’attuale guida Antonio Buccioni ne è il fedele custode. Sto parlando, dunque, col mio 51% di “lazialità” indefessa, delle fondamenta stesse di un mondo: il Mondo Lazio. A questo corpo celeste, che gravita dal 1900 a una certa altezza sopra l’Urbe, quasi fosse il dirigibile Hindenburg tenuto per le funi, sta contrapposto un altro pianeta, sorto nel 1927, che come sapete è più grosso, rosso come Marte e sulfureo idem. Il Mondo Roma, quello abitato dai lupi e non dalle aquile. Mammiferi contro ovipari: due classi di animali filogeneticamente assai distanti. Ora, a tutti voi, magari a quegli stessi che, reduci da Budapest, non hanno trovato di meglio che sfogare la propria delusione sportiva spaventando la famiglia dell’arbitro inglese il cui nome sta per “sarto” (e davvero un bel vestito a Mou ha confezionato…), potrà sembrare scontato che un nume della Lazialità come Nostini fosse anti-romanista. Niente di più errato: non lo era affatto.

La medaglia del Memorial Nostini, che si rifà ai dettami olimpici e raccomanda il fair play.

La sua formazione di schermidore, disciplina dove l’onore si abbina al comportamento, lo aveva liberato da legacci del genere. Il suo testamento spirituale, lasciato alla grande Famiglia della Lazio, infatti recita: «Amare i colori biancocelesti come simbolo di purezza, amare lo sport per tutto quello che di meraviglioso può dare ai giovani: la voglia di vincere o, meglio, di superare se stesso sempre, nel più grande rispetto dell’avversario. La sconfitta fa parte dello sport e della vita, non c’è vittoria che non sia stata preceduta da una sconfitta. Amare lo sport come elemento di perfezionamento del fisico e della mente, come spinta nella vita a superare le difficoltà che sempre si incontrano giorno per giorno. Rispettare gli avversari tanto da diventare amici». Per Nostini, essere laziali voleva dire stare dentro lo sport con «signorilità», amare tutti gli sport in generale, apprezzare i risultati conseguiti dallo sport italiano e trasmettere quei valori positivi che plasmano e contraddistinguono le società migliori. Non mi ha meravigliato, per i motivi appena esposti, di trovare nella collezione di “memorabilia” messami a disposizione dalla figlia Patrizia, un lacerto molto speciale: una poesia scritta a mano da Gigi Proietti.

La preziosa poesia autografa di Gigi Proietti.

Il sommo attore cresciuto al Tufello, ma di sangue umbro-reatino, l’erede indiscusso di Ettore Petrolini, e che purtroppo ci ha lasciati due anni fa, non è mai stato uno sportivo praticante. Il calcio, poi, l’ha vissuto di riflesso: un fenomeno sociale dal quale non scostarsi con un moto di disprezzo, appunto per non perdere il contatto, il feeling con la gente. Togliamo, dunque, Proietti dal catalogo, oramai molto vasto, dei vip dello spettacolo, della politica e della cultura che manifestano la loro fede giallorossa. Gigi romanista in senso stretto non lo era, non tifava ma solo simpatizzava per la squadra della sua città. Che io sappia, non si conoscono suoi componimenti dedicati allo sport, e tanto meno al pallone e al mondo Roma/Lazio. Le quattro strofe a rima alternata di “Derby 2000”, quartine e terzine, sorprendono parecchio. Non mi ha stupito, invece, che il foglietto sia finito tra le cose care a Renzo Nostini.

25 marzo 2000: Juan Sebastian Veron realizza la rete su punizione che regala alla Lazio il “Derby 2000”.

Non vi è data impressa sulla carta, ma la mia ipotesi è che il Derby del titolo vada ricollegato a quello giocato il 25 marzo del 2000, chiuso 2 a 1 per la Lazio grazie a una punizione nel finale di Veron. La super-squadra di Sven Goran Eriksson lanciata verso lo scudetto. Da lì l’accenno nella strofe seconda ai «tempi cupi» per i lupi, che si sarebbero riscattati però la stagione successiva.

Gigi ritratto all’Olimpico con la maglia Diadora 1999-2000.

L’ironia lampeggia a scatti lungo la poesia, come un nugolo di lucciole nella notte. Si presenta subito, con quel «Vesonzio» che di football se ne intende. Vesonzio è un nome che non esiste. Non c’è nella realtà e neppure in letteratura. È il nome romano dell’attuale città di Besançon, e va catalogato come un francesismo. Vesonzio, nell’arguta trasposizione, è pertanto un francese, se volete un turista amico di colui che spiega il “mistero” del derby al profano. La capriola è tripla: l’attore, che di calcio nulla sa, si propone come cicerone. Insegna qualcosa, una cosa importante se si vuole vivere a Roma, al nuovo arrivato “buzzurro”. La finzione del Gigio, che vuole farsi passare come un esperto di calcio, si rende evidente nell’incitamento «su aquilotti!» Io, che sono laziale da sei decadi, non ho mai udito un tifoso gridare: “Su aquilotti!”. Ma quando mai? La verità e il motivo della poesia, il messaggio, si mostrano nella terzina finale, dove Proietti afferma di essere un tipo «sportivo e superiore», reso insonne dalla stoltezza del tifoso. L’ignoranza dei settantamila tifosi che lo circondano e che rimangono comunque suoi fratelli: la stirpe. La cosa lo rode dentro. Sicuramente, preferirebbe altrettanti spettatori ammirati dalla recitazione di Shakespeare, piuttosto che assiepati nel Colosseo moderno dello Stadio Olimpico.

Vedete, allora, la comunione spirituale che univa Nostini a Proietti? E la lezione sempre valida delle loro illuminate parole? Il perché esiste ancora quel foglietto?