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“Il Vangelo secondo Boris” di Marco Ercole e Gianluca Cherubini racconta la serie tv più politicamente scorretta che c’è. Il degrado culturale è un fenomeno irreversibile?

 

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Il libro pubblicato da Bibliotheka Edizioni.

Scrivere di un libro appena sfogliato, e di una serie tv mai vista, è scorretto. Quantomeno si dovrebbe cercare di salvare le apparenze. Dunque, fare finta di nulla e portare a casa il pezzo promesso, scopiazzando qua e là in giro per la rete. Siccome però stiamo parlando de “Il Vangelo secondo Boris”, l’ultima opera dei teologi-pop Gianluca Cherubini e Marco Ercole, che segue il fortunato “Siamo tutti Boris” di un anno fa, ammettere la propria faciloneria non solo sembra opportuno. È doveroso. Qualche frammento pescato su youtube della irriverente e spericolata serie televisiva, lanciata nel lontano 2007 e tornata di recente con la quarta stagione, è bastato tuttavia per intuirne lo spirito e avviare perciò una rapida conversione personale alla causa.  Poche pagine del libro di Cherubini ed Ercole, presentato domenica 11 dicembre alla “Nuvola”, durante la fiera romana della piccola e media editoria, sono state invece sufficienti per desiderare di saperne di più.

Sul palco della sala Auditorium addobbata di rosso per l’evento “Più libri, più liberi” – così rossa da ricordare i congressi di certi partiti del passato, gettati via assieme a tutta l’acqua sporca – sul palco, dicevamo, i due autori del “Vangelo secondo Boris” (Bibliotheka Edizioni, 224 pp.) hanno dialogato con alcuni protagonisti della serie tv che ha raccontato, e continua a raccontare in maniera dissacrante, il mondo dell’industria della televisione e del cinema italiani.

Boris Sollazzo con Gianluca Cherubini e Marco Ercole.

Il malaffare della precarietà dei più deboli; il malcostume della raccomandazione dei più forti; la resistenza eroica d’individui che non ci stanno; le tragicomiche sottomissioni al potere dei più; l’influsso della (geo)politica e della (geo)economia sull’industria della produzione culturale, sempre più volgare e mediocre; ovvero l’americanizzazione pressoché integrale della cultura popolare e di quella d’avanguardia, che reinterpreta le proprie tradizioni – se proprio non le abbandona – alla luce delle mode e dei codici interpretativi prevalenti all’interno di una comunità di letterati smemorata e ingenuamente globalizzata. Di tutto questo, tra le righe, “Boris” racconta. Ancor di più nell’ultima stagione, dove la tradizionale irriverenza della risata all’italiana e l’ecumenica ideologia anglo-americana del politicamente corretto, con i suoi vizi e le sue virtù, entrano oramai in tragicomico conflitto.

Una parte del Cast con gli autori del libro.

L’evento, organizzato a margine dalla fiera romana, è stato condotto con coerenza dal giornalista Boris Sollazzo, che come si capisce dal nome evidentemente non era lì per caso: fedeli allo spirito cialtronesco della serie televisiva, si è riusciti a parlare di tutto tranne che del libro oggetto della presentazione. Sul quale possiamo limitarci a dire quanto segue.

Andrea Sartoretti.

Se in “Siamo tutti Boris” (Bibliotheka Edizioni, pp. 448, 2021), Ercole e Cherubini si lanciavano in una vera e propria esegesi della serie televisiva, sviscerandola analiticamente, soprattutto intervistando i singoli protagonisti; “Il Vangelo secondo Boris” mira invece a rendere immortale lo spirito di questa fortunata produzione televisiva, raccogliendo massime folgoranti, parabole e aforismi tratti dalle prime tre stagioni della fiction. Dieci comandamenti, Parola di Boris, l’Alfabeto costituiscono il Vecchio Testamento del volume; cui si aggiunge il Nuovo, che gli autori dedicano all’ultima stagione lanciata da Disney + lo scorso ottobre. Già solo l’originalità dell’idea di Ercole e Cherubini merita la fiducia del lettore. Che senz’altro si divertirà, se appassionato del genere.

Pietro Sermonti.

Tra aneddoti divertenti e scenette improvvisate, lo sceneggiatore Giacomo Ciarrapico – che ha ricordato con commozione il collega e amico Mattia Torre, morto nel 2019 – assieme ad alcuni degli attori (perfettamente calati nella parte erano Andrea Sartoretti, Pietro Sermonti e Carlo De Ruggieri) hanno ricordato al pubblico i segreti del successo del prodotto “Boris”; nato praticamente dal nulla una quindicina di anni fa e divenuto presto un vero e proprio fenomeno di costume, intergenerazionale come pochi, grazie al semplice passa parola.

Nei personaggi di questa fiction, gli italiani d’ogni età riconoscono loro stessi e si immedesimano: per questo li amano. Nel bene e nel male, le maschere borisiane rappresentano fedelmente i tratti tipici della commedia umana del nostro Paese, sullo sfondo della depressa e disincantata Italia del XXI secolo. Quando l’arte (l’ottava: quella delle serie tv) rispecchia la realtà cogliendo l’essenza della totalità sociale che racconta, nel modo più lucido possibile seppur nella necessità di fare dello spettacolo, allora l’artista assolve a pieno il proprio dovere. Che è quello di mostrare la verità, non di risolvere i problemi, “e già con questo ha troppo a che fare”, parafrasando il filosofo Hegel, prussiano d’adozione e finissimo umorista. Come sanno esserlo solo coloro che analizzano la realtà a partire dalle sue contraddizioni più profonde.

Carlo De Ruggieri.

Con la commedia all’italiana – spiegava nel 2005 Mario Monicelli a Sebastiano Mondadori, ne “La commedia umana” – abbiamo inciso sull’indole degli italiani. Smascherando, sempre con lo stesso spirito ludico, i vizi, i difetti, i tabù, i pregiudizi. La rappresentazione di una società spogliata del suo velo perbenista e colta nella sua più vera pochezza ha messo il pubblico davanti a se stesso”. Continuava poi Monicelli: “Oggi mi sembra che manchi la responsabilità critica. Il buonismo e il politically correct strozzano all’origine ogni intento dissacratorio. La satira si regge invece sul suo contrario: il suo principio è abbattere le ipocrisie del senso comune”.

Proprio questo fa Boris, che si richiama perciò alla nobile tradizione della commedia all’italiana, innovandola nel linguaggio per conservarne lo spirito di fondo. Spietato. Dissacrante. Rivelatore. Che ciò faccia notizia è un segno dei tempi in cui viviamo: questa dovrebbe essere la norma della satira impegnata, non l’eccezione. “Boris” è un prodotto dell’industria culturale – ieri italiana, oggi fortemente americanizzata nell’immaginario e nelle risorse investite – ma la sbeffeggia con poco riguardo, affidandosi ai canoni ora del grottesco ora del tragicomico. Azionisti e dirigenti della casa produttrice lasciano fare volentieri. Una risata non ha mai seppellito nessuno, checché se ne dica! E un profitto maggiore val bene una innocua presa in giro.

Gli autori della serie non sono in grado di mostrare delle soluzioni, allo stato mediocre di cose che descrivono, che pare essere così senza speranze. A tutto vantaggio di chi ne raccoglie i frutti in termini economici e di prestigio sociale. Del resto non rientra nei loro compiti. La produzione di un “Boris” sceneggiato, ad esempio, all’interno del mondo dell’università, delle grandi redazioni giornalistiche o delle maggiori case editrici aiuterebbe a comprendere meglio forse perché non si riescano ad immaginare delle soluzioni credibili a quel tipo di problemi che la serie televisiva meritevolmente denuncia; e che solo in parte sono contraddizioni esclusivamente italiane. Anzi.

Su questi temi è sempre meglio ridere con intelligenza, dopo averli quantomeno mostrati, piuttosto che piangere oppure fare finta di nulla. Dalla decostruzione ironica, bisognerebbe passare poi tuttavia ad una ricostruzione sensata della realtà. Consapevoli delle lezioni del passato, oggi per lo più dimenticate, circa le ricorsive contraddizioni della riproduzione sociale e culturale all’interno del modo di produzione capitalistico, da sempre formidabile generatore di quantità a scapito della qualità e della verità. Il rapporto della cultura con il denaro, e la gerarchia sociale che questo sempre porta con sé assieme alle ideologie che la dissimulano, è da sempre contraddittorio, problematico, pieno di ossimori. Riderne fa certo bene, ma non risolve i problemi.